Addio alle armi: il mio ultimo giorno di scuola

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Quando cala il sipario, è ora di lasciare il palcoscenico disse il primo ministro inglese Sir John Major nel 1997 quando venne sconfitto alle lezioni. 39 anni e 27 giorni dopo essere stato assunto come insegnante, il mio sipario si chiude su una interminabile commedia pirandelliana e ho quindi ben donde, nonostante l’età, di sentirmi ancora un Angry Young Men che, guardando al passato, non può che farlo con rabbia: look back in anger, appunto.

Ero stato assunto dunque come insegnante e negli ultimi anni mi sono trovato a fare qualcos’altro, un mestiere che non mi apparteneva che, nei miei momenti di spleen, ho descritto come un mix tra venditore di tappeti (o di fumo, fate voi) e agente di marketing. Mi sono sentito come il generale Custer a Little Big Horn, e gli indiani che mi circondavano minacciosi sulle rocce circostanti, pronti all’assalto finale, prendevano varie forme e dimensioni. Erano personificazioni dei progetti debordanti che fanno l’essenza della scuola di oggi, spesso inutili se non dannosi, che ci avvinghiano con il loro abbraccio mortale. Erano personificazioni delle attività para/intra/extra didattiche che portano gli studenti dappertutto tranne che al loro luogo naturale, la classe. Erano personificazioni dell’ “asse di ferro” alunni, genitori, dirigenti, della stupidità dell’ “alternanza scuola-lavoro”, della burocrazia strabordante, del bonus usato come mancetta, come piatto di lenticchie per i collaborazionisti, e via dicendo. Potrei fare un elenco delle sciocchezze che caratterizzano la scuola contemporanea lungo quanto quello del telefono, ma in realtà basta dire che tutto quanto deriva dall’idea di scuola-azienda che dall’inizio del secolo ha letteralmente invaso un campo non suo, una vera e propria invasione degli ultracorpi, come nel film omonimo. Il risultato di tutto ciò è che la scuola non fa più il proprio mestiere, fa qualcos’altro, è diventata uno specchio fedele della società neo-liberistica e del pensiero unico, non tenta più nemmeno lontanamente di contrastare l’establishment, semplicemente lo duplica, acriticamente. È una scuola che si è tramutata in organizzatrice di eventi a finalità commerciali, un luogo di generica socializzazione, di riuscita sicura, di customer satisfaction, molto simile a un supermercato. È una scuola che ha paura dei libri – e, ovviamente, dei bravi insegnanti.

E se la scuola non fa più il proprio mestiere, anch’io di conseguenza non posso più fare il mio, devo fare altro. Devo progettare, vendere, soddisfare, essere un P.R. e un agente di viaggi, un parcheggiatore, un generico operatore. Fino ad alcuni anni orsono potevamo ancora affermare che il professore di grande prestigio didattico era un soprammobile che abbelliva l’ambiente, ma ora li hanno tolti tutti, orpelli retorici del passato e, soprattutto, elementi pericolosi. Un bravo insegnante può insinuare idee non ortodosse per non dire sovversive verso l’ordine costituito, poi magari pretendere dai propri alunni studio e disciplina e persino dare voti insufficienti a chi non studia e a chi non ce la fa. È un sacrilegio da evitare a tutti costi. Qualcuno ha mai trovato notizie sul corpo docente, sui titoli professionali, sui curricula degli insegnanti in tutti gli strumenti pubblicitari che le scuole producono per attirare clienti? Negli opuscoli, nei social networks, negli spot, nelle riunioni di orientamento si parla solo di attività extra, di iniziative altre, di viaggi, di strumentazione tecnologica, di ristorazione e, occasionalmente, di piani di studio, sempre suadenti e facilmente percorribili. Pur ispirandomi a Mahatma Gandhi e a M. L. King, non è stato facile resistere e mostrare, attraverso la non violenza e la dedizione al mio vero mestiere, la superiorità morale al mio avversario, a quell’establishment che va dal dirigente al ministro i quali, forti delle controriforme epocali approvate in questo inizio di secolo, hanno stretto in una morsa sempre più angusta il generale Custer caduto nella fatale imboscata. Forse rimarrei in classe sino a novant’anni se potessi ancora leggere Shakespeare: i miei files con le lezioni sul Bardo sono qui, sulla mia scrivania, accanto a me, e già mi mancano. Purtroppo ho visto il virus dell’infatuazione della scuola-azienda espandersi a macchia d’olio e impadronirsi di molti miei colleghi, anche e soprattutto giovani, cosicché i pochi scampati a questa peste manzoniana si sono ritrovati  a formare una istintiva confraternita di resistenti, la cui sede ufficiosa era l’angolo sinistro del bar della scuola e le “riunioni” di quel collettivo istintuale si tenevano tutti i giorni durante l’intervallo. Resistere alle frecce avvelenate che arrivavano da tutte le parti non è stato facile. I sintomi dell’Apocalisse si sono ripetuti con costanza anche in questo mio ultimo anno scolastico: ho visto assemblee studentesche di istituto sul tema della moda; ho visto il Ministro dell’Istruzione partecipare al convegno sulla famiglia di Verona in cui i più beceri catto-cattolici hanno tentato di riportare l’orologio della storia – e la donna – indietro di secoli; ho visto, durante una vergognosa giornata di autogestione, il cortile della scuola trasformarsi in una discoteca gestita da personaggi ambigui della vita notturna locale (forse facevano anch’essi parte degli ‘esperti’ che la scuola ingaggia di continuo per qualche corso o attività “extra”- guardare per credere); ho visto uno pseudo-carnevale lungo una settimana nell’ultima settimana di scuola in cui gli studenti dell’ultimo anno si vestivano a tema ogni giorno, con urla, canti e balli che impedivano di fare lezione. “Mi ritengo immodestamente un bravo insegnante e quindi, per mia fortuna, non ho mai ricevuto il famigerato bonus, o piatto di lenticchie” ho detto alla solita festicciola per i pensionandi di fino anno, in piedi accanto a chi sfoderava il solito ipocrita sorriso di circostanza. Non solo: ho fatto, come mio ultimo atto, un corso di ‘potenziato’ per le classi quinte sulla controcultura degli anni 60, lasciando in eredità all’istituto un dossier di 80 pagine di materiale didattico utilizzabile da chiunque, e non ho sentito nemmeno un ‘grazie’. Avrei sicuramente fatto meglio a organizzare un corso sull’autostima.

A proposito di dirigenti e sceriffi, non voglio qui ripetere nulla di quanto  abbia già detto o scritto in circostanze pubbliche.  Ho avuto molti presidi in quarant’anni di lavoro, molti dei quali non ricordo, sono scivolati via come acqua sotto ai ponti. Altri li rammento per la loro pochezza, altri per la loro arroganza, alcuni, pochi, per la loro disponibilità. Uno in particolare è stato per me il Preside, il vecchio preside con la “p” maiuscola, il primus inter pares, una presenza decennale che mi ha insegnato molto. Dopo tale esperienza, il modello di dirigente scolastico moderno, pantomima del capitano di industria, ha preso il sopravvento, in un degenerare del ruolo storico del preside che è andato di pari passo con quello della scuola. Mi sono sempre chiesto se i dirigenti attuali vengano formati all’interno del Ministero dell’ Amore del romanzo 1984 di George Orwell, direttamente dal Grande Fratello in persona, con tanto di elettroshock e passaggio finale nella famigerata “stanza 101” in cui, messo davanti alle tue peggiori paure, se sopravvivi impari ad amare Big Brother e ad accettare il fatto che due più due faccia cinque – o a credere nell’utilità della “alternanza scuola-lavoro”.

Come scriveva Aldous Huxley, non puoi creare tragedie senza instabilità sociale: la grande letteratura nasce in periodi turbolenti in cui l’individuo, l’artista, è sottoposto a violente emozioni. Devo quindi ringraziare tutti gli eventi nefasti che hanno accompagnato questi miei quarant’anni di vita pubblica – e lo dico senza ovviamente rimpiangere la scuola di classe d’un tempo – per i libri che mi hanno ispirato, cinque opere narrative dal 2000 ad oggi, la cosiddetta Saga del professor Bingo. Mi piace, sempre immodestamente, classificarmi come “un narratore minore del primo ventunesimo secolo”, come avrebbe potuto scrivere l’indimenticato Natalino Sapegno. Ricordo quando scrissi nel 1998, rigorosamente a penna, il mio primo romanzo di satira scolastica, Il professor Bingo, in una sperduta guest-house della campagna inglese. Ecco l’incipit (che puoi ascoltare qui):

Non si trovava male nel carcere moderno e progressista il professor Bingo. Geometrie quadrate, bianco dominante, alberi di ulivo nel cortile. Passava quasi tutta la giornata in biblioteca il professor Bingo, un luogo silenzioso, tranquillo e ben fornito di libri  ingialliti come foglie d’autunno senza essere mai stati consultati, un avamposto di cultura in mezzo alla barbarie dominante dove non c’era  mai anima viva.

Nei primi tempi della sua prigionia il professor Bingo aveva sempre in mente quella canzoncina del cuculo, one flew east one flew west one flew over the cuckoo’s nest, ma ben presto si era reso conto che quell’ ”imperdonabile errore” che era stato la causa di tutto quanto e che lo aveva condannato in quel posto era forse stato un insperato colpo di fortuna: in quale altra situazione avrebbe potuto passare tutto il tempo che voleva in una biblioteca, senza la fretta di un impegno, senza un compito da correggere, senza dover perdere ore preziose negli inutili impegni quotidiani che l’esistere comporta, senza il dover pensare come organizzare una serata? Il tempo era di nuovo suo e questa era una diversa forma di libertà: gli avevano tolto quasi tutto della vita ma, in quella biblioteca,  non potevano togliergli la libertà di pensiero, molto meno comunque di quanto non gliela avrebbero tolta fuori, in modo subdolo. Il professor Bingo studiava di nuovo la materia che aveva insegnato per anni, seduto in quella solitudine silenziosa e ricominciava lentamente a ridare un senso alla parola felicità: anche quel suo forzare la mano in modo improvviso e spontaneo era stata in realtà una mossa azzeccata.

Rileggendole, vent’anni dopo, mi sembrano parole profetiche, così come in fondo mi pare ora lo fosse tutto il romanzo: erano i tempi della Riforma Berlinguer, che apriva la strada alla riforma Moratti, alla Riforma Gelmini, alla Buona Scuola:  il progetto, coerente e organico, di smantellare quanto rimane della tradizionale scuola secondaria superiore italiana, sostituendola con una moderna ‘scuola per consumatori’ che, seguendo il modello della scuola americana di massa, si limiti a avviare al consumo il cliente-studente fornendogli prodotti massificati e dequalificanti, ma gradevoli e rassicuranti, come scriveva il professor Lucio Russo nel suo lungimirante pamphlet Segmenti e Bastoncini, dove sta andando la scuola? (Feltrinelli, 1998).

Le parole del professor Alberto Bertoni nella sua introduzione al mio romanzo mi sembrano un bel commiato alla mia vita pubblica: Beffardamente autonomo dagli Starnone e dai Benni, Vandelli sparge in queste pagine il suo humour davvero anglosassone su fatti e misfatti di un (macro)cosmo come quello della scuola, in attesa di seria riforma. La passione per l’alta letteratura e per le belle canzoni gli gioca però lo scherzo di convincere noi lettori che anche in questa scuola deve esserci qualcuno che continua a svolgere il suo lavoro con passione e ad essere ascoltato, amato.

To say goodbye is to die a little  (partire è un po’ morire)  è la frase che conclude Il lungo addio di Raymond Chandler. Non accostatemi a Philip Marolwe (con la ‘e’ finale, come il drammaturgo elisabettiano), l’antieroe onesto, romantico, triste e solitario dell’altra saga, quella chandleriana, che val ben più la pena di leggere rispetto alla mia. Mi hanno condannato a venti anni di noia / per aver cercato di cambiare il sitema dall’interno … Quando dicono pentiti / mi domando cosa intendono … Come un uccello sul filo /come un ubriaco in un coro di mezzanotte / ho cercato a modo mio di essere libero[1]: questo sono stato, e sono, io, nelle parole indimenticabili di Leonard Cohen. Chi mi conosce si aspetta in conclusione una citazione dal mio alter ego di una vita, Mr. Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan. Eccola: To live outside the law you must be honest / I know you always say that you agree (Per vivere al di fuori della legge devi essere onesto / so che dici sempre di essere d’accordo). Ma voglio concludere con una speranza, un auspicio che prendo a prestito dai Fab Four: free as a bird / is the next best thing to be (Libero come un uccello / è la miglior cosa che sta per avvenire).

Grazie, colleghi, amici, studenti, grazie di cuore per questo lungo tragitto, accidentato ma affascinante. La meta non è importante, ciò che conta è il viaggio. Non so se è una citazione da Jack Kerouac, da Bruce Chatwin o se la sto inventando. In ogni modo, see you on the road.

[1] They sentenced me to twenty years of boredom / For trying to change the system from within  … When they say repent / I wonder what they meant  … Like a bird on the wire /  Like a drunk in an old midnight choir / I have tried in my way to be free

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