Books, music and the like – my likes

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I libri sono scudi, più resistenti e duraturi degli esseri umani. Lo sono perlomeno dall’inizio del secolo scorso, dai tempi del modernismo e dell’età dell’ansia; ancora di più oggi, nella società globale del neo-liberismo, dell’hi-tech, del pensiero unico. I regimi bruciano i libri, nei romanzi distopici sono sempre proibiti, nella società contemporanea anche la scuola ha paura dei libri. Ma essi e il pensiero non scompaiono, come simboleggiano gli uomini-libro di Fahrenheit  457. Questa pagina parla dei volumi che riesco a leggere, nella frenesia della modernità, che vale la pena mezionare; è il mio modesto contributo a questa lotta per la sopravvivenza.

Books are shields, more resistant and durable than human beings. They have been, at least, since the beginning of the last century, since the times of Modernism and the Age of Anxiety; even more so today, in the global society of neo-liberism, of hi-tech, of unique thought. Regimes burn books, they are always forbidden in dystopian novels, in our contemporary society even schools are afraid of them. But volumes and thought do not disappear, like men-books in Fahrenheit 457. This page is about the ones worth remembering which I manage to read in the frenzy of modernity; it is my modest contribution to this struggle for survival.

 

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’68 – Ce n’est qu’un debut…

Quest’anno è il cinquantesimo del ’68. Io allora frequentavo le scuole medie e guardavo gli studenti del liceo di fronte alla mia scuola scendere in strada per manifestare. Non capivo perché lo facessero, perché non andassero in classe a studiare. Lo avrei capito poco dopo, quando io stesso frequentai quella scuola e mi unii a quella protesta. Quello è stato il momento cruciale della mia formazione, sono stato quello che sono stato, ho fatto quello che ho fatto, sono così ora grazie a quell’esperienza irripetibile. Anche nel tradimento: pensavamo che che ‘un mondo diverso fosse possibile’ ma la direzione che il mondo ha preso rispetto ai nostri sogni è quella opposta. A ben vedere, però, molti diritti civili ed emancipazioni sociali sono eredità di quella stagione, anche se oggi cantare We Shall Overcome ai sit-in è un po’ fuori tempo massimo. Ma, come canta il boss, Never Give up on a Dream.

This year is the fiftieth anniversary of the so-called ’68. I then attended middle school and watched the high school students on the other side of the street go down the street to demonstrate. I couldn’t understand why they did it, why they did not go back to class to study. I would have understood it soon after, when I myself attended that school and joined that protest. That was the crucial moment of my growing up: I have been what I have been, and I have done what I have done so far, thanks to that unique experience. Even in betrayal: we believed that ‘a different world was possible’ but  the world has taken the opposite direction from our dreams. Nonetheless, to look more carefully, many civil rights of today and, in general, social emancipation are legacies of that season, even if today singing We Shall Overcome at sit-ins is a bit out of time. But, as the Boss sings, Never Give up a Dream.

 

'68-libro-Brogi-presentazioneIl libro ’68 – C’est ne pu’ un dèbut… storie di un mondo in rivolta del giornalista Paoli Brogi (Imprimatur, 2018) è una cronaca di quell’anno irripetibile, in Italia, in Francia, negli USA, nel mondo. Messi insieme, questi episodi mostrano un ribellismo e una volontà di lottare che oggi sembra preistoria, nel nostro mondo sedato da politica trash e tecnologia strizzacervelli. Non cercate in questo saggio le motivazioni del ’68, questo non è un libro di storia, ma un resoconto quasi giornalistico.

Come si legge nell’introduzione: un anno che ha segnato il mondo intero e che a mezzo secolo di distanza fa ancora parlare di sé, ripercorso in un caleidoscopio di situazioni con la voce dei suoi protagonisti, attraverso una raccolta minuziosa di preziosi frammenti e immagini, con storie inedite e testimonianze di chi c’era. Dai muri alle strade, alle scuole, alle fabbriche, alle piazze, lo scossone che cinquant’anni fa ha cambiato la rotta del mondo abbattendo barriere con allegria, altruismo, effervescenza e generosità. Da Roma a Berlino, passando per New York, Parigi, Tokyo, Milano, Chicago, Trento, Pisa, Torino, Dakar, Rawalpindi, Belgrado, Praga, Varsavia, Istanbul, Rio de Janeiro, Città del Messico, il racconto di quella stagione insuperabile di speranze e rivolta che fu il ’68.

Protagonisti assoluti di quella stagione furono gli studenti che si ribellarono all’istruzione asservita al potere conservatore, che, nell’ambito della scuola, aveva nei presidi i primi baluardi di tale conservazione. Ma a ben guardare c’erano anche capi d’istituto illuminati, come racconto in Presidi illuminati nel ’68: preistoria.


Il ’68 apre una stagione di conflitti che si riverberano anche nell’universo dello sport, facendo emergere le contraddizioni inscritte in uno dei più importanti fenomeni di massa e mettendo in discussione la sua presunta neutralità e separatezza. Considerati tradizionalmente luoghi chiusi e pacificati, gli spazi dello sport, investiti da diverse forme di protesta, vengono riconfigurati come spazi aperti e contesi. Nell’intreccio tra sport e politica emerge la crisi di legittimazione delle concezioni e delle istituzioni sportive tradizionali, alle quali vengono contrapposti modelli e pratiche alternative.

Da non perdere: intrigante, esaustivo, inedito e inaspettato. Una ricerca rigorosa che mette in evidenza i legami stretti ma poco considerati tra sport e politica. Spazza via lo stereotipo dello sport come isola felice, ci riporta ai pugni chiusi delle olimpiadi messicane del ’68, al fallito boicottaggio della finale di Coppa Davis del ’76, al Mundal argentino dei desaparesidos del ’78, alle intriganti analisi ‘sessantottine’ dello sport come arma borghese. E dipinge anche un’Italia provinciale nella quale c’erano però anche teste pensanti in quest’ambito. Il tutto inquadrato storicamente in modo essenziale ed efficace. Lettura piacevole, non un pregio da sottovalutare per un simile saggio. 

Il ’68 apre una stagione di conflitti che si riverberano anche nell’universo dello sport, facendo emergere le contraddizioni inscritte in uno dei più importanti fenomeni di massa e mettendo in discussione la sua presunta neutralità e separatezza.
Considerati tradizionalmente luoghi chiusi e pacificati, gli spazi dello sport, investiti da diverse forme di protesta, vengono riconfigurati come spazi aperti e contesi. Nell’intreccio tra sport e politica emerge la crisi di legittimazione delle concezioni e delle istituzioni sportive tradizionali, alle quali vengono contrapposti modelli e pratiche alternative.


Bob-Dylan-Pioggia-e-veleno

Molto di me stesso lo devo a questo menestrello americano, più che a chiunque altro. Sono stato un allievo di Portelli a Roma nei late 70s, è lui che mi ha fatto scoprire il folk revival e Woody Guthrie, il mondo dietro e attorno a Dylan, che già adoravo dai tempi del liceo. E’ stato per me un onore collaborare con Portelli, suonando live le canzoni di cui Alessandro parlava nello spettacolo Twice Told Tales al teatro Storchi di Modena nel 1999. Questo è un libro molto specialistico ma da leggere per sapere tutto, proprio tutto, quanto sta dietro a Hard Rain, la più importante ballata del folk revival giunta, con pieno merito, sino al Nobel. 

«C’è una profonda giustizia poetica nel fatto che lo stesso giorno in cui abbiamo perduto il premio Nobel Dario Fo, Bob Dylan veniva insignito del Nobel. Si tratta di due artisti che cambiano il nostro rapporto con la parola intrecciandola con il suono, la voce, il corpo, la performance. Entrambi affondano le radici della loro creatività nel mondo delle culture popolari: da Mistero Buffo a “Hard Rain”, sono le voci dei vagabondi e dei saltimbanchi delle campagne italiane e le voci dei braccianti neri del Delta e dei vagabondi della depressione che si impadroniscono del centro della scena e diventano nuovi linguaggi della modernità».


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aretha / crystal jukebox queen of hymn – you have always made me feel like a natural man. Thank you

 

 

 

 

 

 

 


A-year-in-Provence

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For an Englishman, going South to Provence is for sure an amazing experience, just like for an Italian like myself, even if for opposite reasons. The Mediterranean pleasures of Provence – the climate, the sea, the food, the open-hearted people – can be found everywhere in Italy, but the real difference is that the functioning civil society of France is nowhere to be found in my country. It is a fact easy to check: visit Ventimiglia than cross the ex-border to Menton; Ventimiglia if falling to pieces, Menton is a shining pearl.

Like most European artists, Mayle settled down in Provence and wrote this entertaining book just reporting his first year there. Nothing extraordinary happens, but the book is so entertaining because of its language and wit. Drenched in benevolent sarcasm and very British humour, Mayle’s style is easy going and smooth. The bunch of characters and the minor everyday incidents that make the book catch the feeling and the atmosphere of the place delightfully. The people of Provence are ordinary people, funny and good-hearted: the writer makes them shine because he sees them from a different perspective and finds their attitudes and habits, which are normal for the Mediterranean dwellers, strange and amusing. For example, he complains about bureaucracy and the fact that workers never stick to the planning they make. True, but compared to Spain or Italy, Provence is Swiss-like. And no doubt the combination of Mediterranean pleasures and the French efficient social order makes it one of the best places to live in Europe, the area where the best of Northern and Southern modes meet. 

 


 

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Post-Chandler, hard-boiled and Blade Runnerish indeed, but something is wrong in this book. The setting is fascinating but the ‘alternative history’ background is confusing, and, in the end, pointless. The protagonist is a very young super tough-guy that works more for comics than for literature (by the way, getting familiar with his multiple names is not easy). His brain implantation is a cheap homage to cyberpunk, but it is out of place. The flashbacks on his past are quite complex: it is a puzzle-built plot and it is not easy to put the parts in the right position – and if you make it, you’ll probably find out there are missing pieces not included in the box. Protagonist and girl on the run are nothing new, but the urban milieu in which they wander is the best part of the novel: El Iskandryia/Alexandria is mysterious and fascinating, caught between High-Tech and traditions, run by corruption in business and politics (nothing new under the sun here). Enjoyable to read, but not a page-turner. Good Italian translation by the niche publisher ‘Zona 42’. (CLICK FOR GOODREADS REVIEW)

 


Mi è venuto subito in mente Dubliners di Joyce. Prosa fintamente minimalista, grande attenzione ai personaggi, alle loro sensazioni e sfumature oltre le loro azioni. Piccole storie, anche un po’ surreali, che nell’insieme danno un quadro d’autore, un ritratto di una luogo e di un’epoca (Modena e i seventies), anche se il libro non ha una ambientazione specifica. Gran bella penna sciolta e scorrevole, con uno stile del tutto proprio. Un tardo esordiente da scoprire. 

 

 

 

 

 

 

 

 


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Come per i precedenti, anche leggendo questo nuovo episodio di quella che è ormai la saga del commissario Dallari, viene subito in mente il Maigret di Simenon. Atmosfere, personaggi e ambienti, percorsi da un umanissimo eroe/anti-eroe, fanno della Modena fascista del romanzo una piccola Parigi, quella color seppia, vintage, che ospita appunto le avventure del commissario francese. Niente uomini d’azione alla Philip Marlowe, niente geni della deduzione alla Poirot, ma un commissario che è un uomo normale ma non un uomo qualunque, dalla vita regolare, che mal sopporta il regime e che, come tutti gli uomini intelligenti, vive sempre con un certo ‘spleen’ addosso.

Che il genere poliziesco sia un pretesto, è evidente: c’è sì un delitto misterioso, una indagine, la soluzione finale non priva di suspense e colpi di scena, ma la trama è semplice e volutamente ‘tenuta al minino’, un mezzo appunto per descrivere personaggi e ambienti. Al centro della vicenda, accanto a Eleuterio Dallari, ci sono alcune donne affascinanti e misteriose (dark-lady o fanciulle in pericolo?), un ambiguo calciatore di successo e un fastidioso funzionario di regime; ma, soprattutto, ci sono i personaggi minori, tipici di quella città, a cominciare dal brigadiere Poggioli, funzionario ligio ma intelligente, non la solita macchietta. Essi sono forse più importanti dei personaggi principali: colti nella loro umanità più profonda e visti nel loro insieme, essi formano quella umanità che dà il vero sentore di un ambiente. Poi c’è la Modena che fu, forse la vera protagonista principale, con i suoi luoghi, i suoi profumi, le sue case, le sue osterie, il suo lambrusco.

Il libro è di piacevole lettura soprattutto per la prosa usata, levigata, sciolta e ben ripulita che l’autore ha affilato nel corso del tempo. Ma non è solo bella, la lingua usata è un prezioso strumento per dar voce appropriata alla sensibilità dell’autore. Questo è l’aspetto che più mi è piaciuto dell’opera. Lo scrittore scava nelle pieghe dell’animo umano per darci personaggi in carne ed ossa, a tutto tondo, per farcene sentire l’odore: vizi e virtù, sentimenti, passioni, odi, amori, sensazioni, impressioni soni sempre lì, a far capolino nella pagina. Grazie all’uso del linguaggio, l’autore non solo riesce a trasmettere la complessità dei suoi personaggi, ma rivela a sua volta una sorprendente capacità di cogliere e rivelare l’animo umano.

Più che un giallo lo definirei quindi un romanzo storico e sociale, d’ambiente, che mostra come non ci sia bisogno del James Bond di turno per avvincere il lettore. Bravo Francesco. Rimaniamo in attesa delle prossime mosse del commissario Dallari e dei manicaretti della moglie Elide, all’apparenza rezdora mansueta ma capace di improvvise gelosie.


 

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Thumb stuck out as I go / I’m just travelin’ up the road / Maps don’t do much for me, friend / I follow the weather and the wind. I’m hitch hikin’ all day long / Got what I can carry and my song / I’m a rolling stone just rolling on / Catch me now ’cause tomorrow I’ll be gone.

Oh, my boy Bruce, turning 70 and still down the road. I followed you since the 70s, yours was the voice of America after Dylan! I was quite sceptical about this Western Stars, but I was wrong. Here again is quintessential Bruce, tough voice, horns and strings but still folky boy, with melodic tunes that do not sound Sinatrish because of the boss’ voice and tone. Tired heroes and losers as usual in the songs, as from Nebraska to Tom Joad and The Segger’s Sessions, but getting tougher and tougher as they walk their sunset boulevard. Like Bruce himself, more western and sadder than ever, but still in his Glory Days. Best quote: You know I always liked that empty road / No place to be and miles to go. And heading West on a Tucson Train is still a great ride. Keep on rocking, boy.


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